Con la contestata vittoria al referendum Erdogan rafforza il suo potere, ma il paese è sempre più spaccato

20/04/2017

 

 

di Franco Uda, responsabile nazionale Arci Pace, diritti umani e solidarietà internazionale

 

104399844-Turkey_ref_No-1024x681.jpgL’esito del voto del referendum in Turchia aggiunge - se mai ce ne fosse stato bisogno - un ulteriore elemento di destabilizzazione in un’area già fortemente critica. L’appuntamento era davvero importante - basti il dato di affluenza al voto del 85% - e il Presidente Erdogan rincorreva questa riforma in senso ultrapresidenzialista fin dal tentativo che fece col precedente referendum del 2015, andato male (per lui). Ma c’è da dire che bene non è andata neanche questa volta. Il risultato di poco più del 51% a favore del Si è una vittoria di Pirro per i due partiti che lo sostenevano, che nelle precedenti elezioni contavano su un consenso di circa il 60%. Inoltre, dopo il cosiddetto ‘tentato golpe’ del luglio dello scorso anno, le leggi straordinarie sullo stato di emergenza emanate dal governo hanno portato all’arresto di 43mila persone, al sequestro di 800 società, alla chiusura di diversi giornali ed emittenti televisive, mandato in carcere 150 giornalisti (per 16 è stato chiesto l’ergastolo), allontanato dal lavoro 140mila dipendenti pubblici (tra cui funzionari, dirigenti, giudici, poliziotti), svuotato la magistratura e occupato tutte le fonti di informazione.

Molti dei potenziali voti per il No, quindi, sono stati impediti dalla furia illiberale del ‘Sultano’ a cui va sommato il decisivo voto di astensione del Pkk. Il divario di poco più di 1 milione di voti deve quindi tenere conto di questi fattori e della contestazione di 1,5 milioni di schede, che hanno spinto l’Osce a dichiarare il voto turco «al di sotto degli standard internazionali». Il Paese è spaccato, le grandi città, come Istanbul, Ankara, Smirne e Diyarbakir - di composizione politica e culturale differente - hanno comunque rigettato il disegno di Erdogan, mentre il voto degli emigrati turchi in Europa lo ha prevalentemente appoggiato.

Il futuro della Turchia diventa quindi ancora più scuro se, come affermato dal ‘Sultano’, verranno indetti altri due referendum, uno dei quali relativo al ripristino della pena di morte nel Paese. Lo scontro è quindi inevitabile, come evidente anche in questi ultimi giorni nei quali il fronte del No (Hayir) è sceso in piazza per manifestare contro i brogli elettorali e lo stato di repressione che vìola costantemente diritti umani e libertà individuali. Questa metà dei cittadini turchi chiede innanzitutto alla comunità internazionale di agire nel rispetto delle più elementari norme di correttezza del voto e a questi la società civile democratica europea dovrebbe trovare il modo di essere vicina. Pesa fortemente, e non solo da ora, l’accordo sui rifugiati fatto dalla Ue e il ruolo geopolitico della Turchia che tutto l’Occidente (in primis la Nato) tenta di tradurre in un proprio vantaggio.

La recente vicenda di Gabriele Del Grande si inserisce in questo quadro: moltissime le iniziative che chiedono il suo rilascio e insufficiente la risposta istituzionale del nostro Governo, umiliato dal diniego al nostro vice console di poter visitare il giornalista recluso.

 

ArciReport, 20 aprile 2017



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